Siete tra le pagine di ariadipoesia.
In questa pagina troverete quanto di me diventa trasparente attraverso le parole raccolte nell'aria.
In questo spazio, che adoro codividere con i miei amici, le parole trovano casa e si spogliano del loro uso banale, per produrre suoni e immagini sempre nuove.
Potete restare, se non avete fretta, e commentare.
Siete sempre benvenuti.
Angela ariadipoesia

domenica, 06 luglio 2008
viaggi, ricordi, vita, diario, racconti brevi, fantasia, piume, trasparenze, pagine di vetro, scriverescrivere, fioridipensiero
LE STELLE DL NONNO ariadipoesia
Qualcuno, mi ha spiegato che le lucciole, in altura, sopravvivono fino a tarda estate. Nella mia terra, invece, a inizio maggio spariscono dai pergolati.
Ho un dolcissimo ricordo delle lucciole; al solo sentirle nominare, mi vengono in mente miriadi di sensazioni magiche.
Quando ero bambina, mio nonno mi portava, sul finire del mese di aprile, all'imbrunire, in campagna.
Attrezzata di un cestino più enorme di me e di un retino, a maglie strette (credo che mio nonno mettesse le calze dismesse della nonna, a fare da rete), insieme a lui, mi appostavo, in silenzio, ad aspettare che le stelle scendessero sul pergolato.
In quel silenzio, crepuscolare, potevamo apprezzare tutti i suoni magici che la campagna produce; se facevi bene attenzione, e se da lontano non arrivavano i rumori del paese, portati dal vento, potevi ascoltare "il suono dell'erba pratolina che cresce".
Si, era così che diceva mio nonno, io non l'ho mai sentito questo suono ma, ancora oggi ,quando mi capita di stare in campagna di sera, mi allontano per provare a sentirlo, chissà se esiste dvvero quel suono e se sarò mai silenziosa abbastanza per poterlo ascoltare.
Comunque in quegli appostamenti, dove l'unico rumore estraneo alla natura, era , di tanto in tanto, lo sfregare del cerino sulla scatola, quando il nonno accendeva la sigaretta.
A mano a mano che l'oscurità diventava padrona del campo, i suoni della campagna si amplificavano. Poi magicamnte il silenzio totale.
"Ecco", sussurava il nonno per rassicurarmi, mentre spegneva la luce della sigaretta su un sasso, "ci siamo; ora arriveranno le stelle!" Come sapesse sempre quale fosse il momento esatto, che le stelle arrivavano, non me lo sono mai spiegata, ma fatto stà che, nemmeno teminava di dire quella frase e le stelline piccole, minuscole, cominciavano a cadere sul pergolato, sulla siepe, sulla mulattiera.
Era una magia davvero unica.
Il firmamento intero veniva giù a illuminare la campagna.
Era perfino più bello delle luminarie che il paese commissionava per la festa del Santo Partono e dei fuochi d'artificio che a fine festa illuminavano il cielo, si indubbiamnte era una magia superiore a tutte.
Quando, si cominciava ad ascoltare di nuovo, il canto del gufo, il nonno si alzava, mi prendeva per mano e diceva: ""Hanno teminato l loro missione, ora possiamo catturarne qualcuna per le nostre magie".
Così con quel cestone, legato ad una fune seguivo il nonno che riempiva il retino di stelline; ""Canta"" mi diceva, ""Altrimenti non vengono giù, seve la voce di una bambina, cosa credi , che ti ho portato a far nulla sfaticata?"" e sorrideva.
Allora sentendomi indispensabile e orgogliosa, che avesse scelto me tra tutti i bambini del mondo, cominciavo a intonare la canzone che mi aveva insegnato la nonna.
Lucciola lucciola
vieni da me
che ti do il pan del re
pan di re e di regina
lucciola lucciola vieni vicina.
A forza di cantarala, mi veniva a noia, e il nonno mi rincuorava, ""Dai ancora una volta e abbiamo terminato"".
Dovevamo catturarne almeno venti, per poterle mettere, poi a casa, sotto il bicchiere di cristallo, quello del servizio delle grandi occasioni, per poi andare subito al letto e dare il tempo che si compisse il miracolo della trasformazione delle stelle (lucciole), in regali succulenti.
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sabato, 17 maggio 2008
poesia, racconti brevi, haibun, metriche orientali
Questa notte l'aria è umida, penetrante. Sfioro la luna .
Il profumo delle zagare si posa sul davanzale.
Un miagolio sgombra il silenzio.
Enrto nella camera oscura a fotografare il mio passato.
La sigaretta accesa faro nell'ombra.
Anelli di fumo ricamo di presenza.
Nel tiepido letto disfatto s'addormenda il desiderio.
L'alba indugia sul pergolato e il gallo tarda a far sentire la sua voce.
Abbracciata al mio incantesimo sorrido.
su gocciole di brina
sono una fata.
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mercoledì, 02 aprile 2008
racconti brevi, guerra, meditazioni, pagine di vetro, scriverescrivere
RIFLESSIONE
Il gioco degli scacchi è un esercizio di alta strategia militare
lo scopo del gioco e non lasciar catturare il re.
Due gli eserciti sfidanti
neri e bianchi.
Si impiegano moltissme energie in questo sport.
I contendenti devono mantenere la calma
rielaboae ad ogni mossa,
soppesare bene ogni movimento,
prevedere la mossa sucessiva
e le implicazioni che questa manovra produce.
Si adoperano ad anticipare, per ognuna,
la rispetiva contromossa
che produca meno danni al proprio regno,
sia che siano in difesa,
sia che stiano avanzino verso la vittoria,
quando stanno attaccando con tutte le energie.
I due contedenti si scrutano,
guardano quello che hanno,
quello che sulla scacchiera resta ad ogni mossa.
Appuntano sui fogli le loro conquiste,
i danni prodotti, le mosse impreviste.
In genere è la regina ad uscire allo scoperto
e gli alferi come giovani corteggiatori
la difendano dalle insidie.
Succede spesso che la regina
pericolosamente minaccia il re
che è costretto allora ad arroccare
per evitare il peggio.
E' la sua torre a fargli da difesa e scudo.
Estenuante gioco per chi non è avvezzo a battagliare
Si dice che solo i " veri colonnelli" resistono bene in questo gioco.
Angela
.
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martedì, 25 marzo 2008
Eternità (incipit passeggeri nel vento)
diario, racconti brevi, fantasia, piume, parole in libertà , pagine di vetro, scriverescrivere, a passeggio nei blog, sorprese piacevoli
Kurtz 58 Giovedì ore 15:20 Sono a Parigi da ieri sera e non faccio altro che sistemare le copie eliografiche portate dall'Italia, le controllo con l'impegno di chi le ha davanti per la prima volta per analizzarle nei dettagli. Domattina ho un incontro con l'ingegnere Cody, referente della ditta petrolifera con la quale dovrei collaborare, è importante per me che le giudichi perfette. Ho messo tutto il mio impegno e il mio sapere in questo progetto, ne sono soddisfatto. Pregusto, riponendo le copie, il momento in cui questo mio collega francese, mi dirà "tre bien". Sarà il momento in cui darò un urlo silenzioso di gioia, sarà l'attimo della mia glorificazione professionale, il momento in cui tutti i sacrifici passati saranno magicamente trasformati in coriandoli di ricordi. Alle 17 Cody sarà qui, forse è il caso che scenda ad attenderlo nella hall, sicuramente è una persona molto anziana. Dicono sia il massimo esperto di francese per quanto riguarda la sicurezza degli impianti di estrazione. Lancio uno sguardo allo specchio, e mi sistemo la cravatta alla meno peggio, non mi è mai riuscito bene fare il nodo, e non sopporto le cravatte. Sono decisamente nervoso, il tempo sembra essersi fermato. Nel mio andare e venire dalla finestra alla porta, immagino mille volte l'incontro, prima un saluto di circostanza, stavolta scandirò bene il mio nome, in modo che lo si capisca bene. Che sarà mai sù! Dirò quattro parole dette così per creare un clima di accoglienza, già! Qualcosa mi inventerò al momento, non posso prendermi l'affano adesso a tessere un brogliaccio di discussione. Non so neanche se ci sente bene, parlerò francese, questo è sicuro, sperando che mi ricordi tutti i vocaboli che serviranno. Questa mania di far prevalere per forza le lingue anglofone, normale poi che il francese resta legato alle sole riminiscenze scolastiche. Guardo in continuazione l'orologio, quindici minuti ancora all'appuntamento, forse è meglio cominciare a scendere nella holl almeno riservo un posto appartato nel salottino. Porto con me la valigetta con le copie dei progetti e guadagno un angolo molto luminoso di fronte alla porta girevole dell'albergo, per non voltarmi continuamente nell'attesa che il mio collega arrivi. Ci siamo è quasi orario. Spero non ci sia traffico. Continuo a guardare in continuazione la porta tenendo d'occhio l'orologio. La puntualità è la prerogativa delle persone responsabili e competenti, avrà previsto il traffico, arriverà in orario, mi dico per tenermi calmo. La gente continua ad entrare e uscire dal quel posto, la porta gira in continuazione. Riguardo l'orologio, sono passati dieci minuti, mi alzo per controllare che funzioni questo stramaledetto orologio, confrontando l'orario con quello dell'accettazione che è alle mie spalle. -Ingegnere Moselli? Mi volto di scatto, una rossa da infarto, con un sorriso smagliante e due occhi neri da cerbiatta mi tende la mano. -Non era in stanza e ho chiesto in portineria, mi hanno indirizzata qui. Piacere sono l'ingegnere Cody, mi stava aspettando. Per poco non svengo, quella donna era la sorpresa piu bella che mi potesse capitare. E proprio vero che -La vita è un attimo arricciato Piacere mio ingegnere... piacere mio. continua...
sulla parete dell'eternità-
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domenica, 25 marzo 2007
pensieri, poesia, amore, altro, racconti brevi, introspezione, fantasia, desideri, filosofie, meditazioni, attese, sperimentazione, trasparenze, raccolte, generica, pagine di vetro, gioco poetico
Comete di ghiaccio 
attendono i sospiri dei poeti
per sciogliersi
a b b a g l i a n t i
in emisferi incandescenti
s p a z i s i d e r a l i
posti tra i confini limitati
D E L I M I T A T I
da universi di galassie
»»»N u O v E«««
che esprimono
aurore boreali
i n c e r t e
-OGGI-ADESSO-ORA-
Il colore si perde nel cosmo
della polverosa lattea
Alabarde di sogni sfiorano
meteoriti vaganti di pensieri
nessuna navicella attende
e lo SBARCO del SUONO
si disperde nell’attesa
Uscire finalmente
dai B U C H I-><- N E R I
aggrappati ai filamenti
della melodia dei suoni
trasparendo se stessi
mordendo carta di vetro
dove EsageRate P r e t e s e.
risplendono nell’EgO sOFFoCANTe
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venerdì, 02 marzo 2007
Le streghe di Benevento : nulla di nuovo sotto il noce.
vita, racconti brevi, streghe, spiriti ribelli, scriverescrivere, pozioni magiche
Correva l'anno 591, nella verde vallata tra i fiumi Sabato e Calore decine e decine di fiaccole si muovevano da molte direzioni, concentrandosi a centinaia in un unico punto. Un noce, un umile semplice noce che da secoli sorvegliava indisturbato il paesaggio sannita. Donne e uomini longobardi si lanciavano in danze sfrenate, giravolte e scuotamenti di rito e grida euforiche , mentre sull'altare di Walhalla, le sacerdotesse urlavano invocando gli dei contorcendosi ed inchinandosi, ebbre di ieratico furore pagano, inondato da litri di bevande alcoliche. .jpg)
Quel posto che era sempre stato solitario , improvvisamente era animato da luci e voci estranee.
Posto su un improvvisato catafalco, il corpo del Duca Zottone , vestito della sua più bella scintillante armatura , con le armi ben sistemate, era in attesa di poter avere la sua degna sepoltura, insieme ai suoi cani e al suo cavallo che gli giacevano accanto.
Quelle luci che si moltiplicavano in processione erano guerrieri rudi, nobili e plebei; vocianti longobardi, che venivano a dare l'ultimo saluto al loro duce .
Il rito cominciava, in quella notte di luna piena si aprirono danze propiziatorie per l'ingresso al Wotan, dove il capo dei guerrieri avrebbe continuato a vivere e guerreggiare.
Dopo quei riti, necessari, avrebbe raggiunto un posto magnifico, dove poteva finalmente godere della compagnia delle walkirie prosperose e di magnifiche battaglie di caccia al cinghiale.
Sacerdotesse, adorne di monili e bracciali serpeggianti, si danno da fare per dare consigli e responsi, sorrette dal loro spirito profetico, mentre i cuochi di campo, infilzano maiali e cinghiali sugli spiedi per arrostirli.
Nel gran vociare si spillano botti di vino portati lì dai servi latini fin dalla mattina.
I fuochi accesi, le fiaccole, i raggi di quella luna piena splendente nel cielo terso, si specchiavano sulle armature lamellari dei guerrieri, sulle armi lucenti e sugli alti elmi di ferro. Il suono del corno risultava utile richiamo per chi non era ancora giunto, si confondevano e facevao un tutt'uno con quella mischia di baldoria che tra un levare di boccale e il divorare pietanze, rompe il silenzio consueto di quella bella valle.
Alcuni alticci per il vino amavano dare saggi di bravura nel tenere la spada a due tagli. Qualcuno più brillo di altri saettava con maestria dardi di frecce contro le pelli di montone appese, per dimostrare che ancora teneva al gomito alzato. Le skalks, le schave, subivanono carezze violente dai padroni e le incitavano a donarsi ad altri per poter saggiare la resistenza al sesso, oltre che al vino, di quei compagni d'arme che si vantavano d'essere possenti.
Il clima orgiastico, era interrotto solo dalle sacerdotesse che lente, ieratiche , come volando, si avvicinavano all'albero sacro , al noce che dà olio per le lucerne, cibo di scorta per l'inverno e legno per gli scudi e per le lance. Quando tutto tace inizia il rito, sgozzano il cavallo del Duca Zottone , con colpi precisi anche i suoi cani. Tutt'intorno si diffondevano i laceranti nitriti, come il segnale d'inizio.
Tutta la notte prosegue la danza, le luci lo schiamazzo di quell'orgia infernale s'udiva tutt'intorno nella valle, la gente, rinchiusa in casa, si segna tremante, con la croce, per tenrersi lontani dalle possessioni demoniache.
Queste scene si ripetevano nello stesso luogo ogni qualvolta un barbaro importante moriva, per cui la gente si convinse presto che le notturne danzatrici facessero commercio di anime con i demoni e che quei raduni sotto il noce di Benevento erano convegni di streghe e maghi che decidevano chi dovevano dannare.
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martedì, 20 febbraio 2007
pensieri, amore, racconti brevi, fantasia, desideri, meditazioni, attese, trasparenze, generica
Che le passioni più coinvolgenti non abbiano mai un luogo preferenziale di nascita, lo abbiamo sempre saputo.

Quello che non sapevamo era che potesse nascere da un sorriso appena accennato.
Eravamo in uno dei posti più strani di questo mondo, che ci appare simile ad un labirinto intricato, dove le maglie si intrecciano, creando nodi a volte stretti al punto che non è possibile poterli districare.
Un posto, per molti, versi simile a tanti altri,senza particolari atmosfere che ne possano incentivare la spinta propulsiva al mondo intricato della fantasia.
Un incontro fugace, dietro ad una finestra aperta all’improvviso, poi un sorriso, un altro ancora e lentamente l’amicizia nuova, si faceva spazio tra la solitudine di quelle stesse maglie che ingombravano la vita.
Un amico è prezioso ci dicemmo e fummo preziosi davvero, viaggiammo insieme dove il tempo non aveva limiti, dove lo spazio immenso ci avvolgeva, dove tutto quello che si voleva avere c’era.
Poi un capitombolo, il primo, ci rialzammo insieme, insieme potemmo sconfiggere il dolore, l’attesa snervante, il silenzio.
Quante parole non dette ancora sapemmo gridare, per le strade mai assolate,mai stellate, nemmeno nelle giornate di agosto.
Felici passeggiammo e tra vecchi ritratti gualciti, scoprimmo la musica più dolce del mondo.
Cibandoci di parole e luci riflesse scoprimmo un mondo che non sapevamo di possedere e poi...
Ancora una volta sapemmo ferirci, per poi ricomporre i lembi stracciati nell’acqua fresca di un torrente d'amore, presso quella sospirata cascina dove l’essenziale diventava fonte di vita.
Tutto fu arpeggio, mai noia o disincanto.
Ora, come canto di sirena, le note alte si fermano, di tanto in tanto, attente, ad ascoltare il suono, di queste vibrazioni modulate dai sorrisi, che si aprono al passaggio della nostra malinconica esistenza.
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domenica, 11 febbraio 2007
vita, racconti brevi, meditazioni, male di vivere, pagine di vetro, scriverescrivere, scritto tra amici
Un angelo cadde su un prato che non fioriva, Il prato fiorì di rose mai viste. rise come un bambino. L’acqua, signora sicura di sopravvivere eterna tremante si umiliò quando la terra esplose in un turbine di confusione e privazione. Il nuovo luogo fu capitanato da un oscuro detto “il mio e l’io”. Non trovò altro rifugio e come un barbone vagabondo nelle strade del nuovo ordine sovrano. Una nuova serpe spuntò nello stagno delle vecchie gracchianti ideologie e mangiò tutto. L’indomani sarebbe dovuto andare al lavoro, e in quel momento tutto quel pensiero svanì. Scritto da: ariadipoesia&aladifalco foto a cura di marcoforever
donò le sue ali, divenne pazzo senza il suo volo.
Tutti divennero custodi del giardino dell’angelo...
Il tempo, si lasciò andare come un vecchio e
chiuse gli occhi per l’ultima volta sulle perle sfilate dei giorni.
Il fuoco allo schioppettio della legna arsa nel camino
Il Logos diede al mondo, che uguale più non era, un nuovo ordine di numeri e di parole alla rovescia.
l’IO e il MIO pervase ogni creatura dell’antico e tradizione e storia,
sparirono nel nulla, come se non fossero mai stai.
Si smarrì nella goccia di una lacrima fanciulla l’Innocenza.
si trascinò in solitudine, schiva, schiava e malata,
Poi Profezia, se Profezia lo era o lo sarà, si concluse
con l’addio della persona cinica alla sensibile.
L’ordine era l’IO e l’IO pervase, dando al Mio il primo posto accanto al trono.
Tempo, fattosi sciamano, ai piedi di un olmo pregava...
e acqua, e vento, e fuoco, e terra, in processione,
come sciame in estinzione, come compagni nella gloria perduta, procedevano, lentamente verso il nulla.
Continuò a piovere quel giorno…ma domani… domani…
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sabato, 10 febbraio 2007
pensieri, amore, racconti brevi, introspezione, fantasia, meditazioni, halloween, attese, trasparenze, raccolte, generica
Il cielo è così terso che le stelle sembrano si possano toccare con mano. 
Il vento freddo taglia la faccia, unica nudità possibile oltre le mani, non ancora avvezze ai guanti.
Chiara è felice nel suo cappotto rosso con i bottoni neri grossi come le borchie della decappottabile di Luca.
Non sa bene perchè ma lo ama follemente quel bastardo figlio di puttana che la fa attendere ogni volta che si danno appuntamento.
I fari di una macchina avvicinandosi rischiarano la penombra della fermata dell’autobus, Chiara trasale il cuore gli batte in petto, ma l’auto non decelera, non è Luca.
Maledizione! fa un freddo cane, il sangue sembra ghiacciarsi in petto.
Guadagna una cabina telefonica nei pressi, almeno si riparerà dal vento gelido.
Si rannicchia nell’angolo e si domanda cosa avrà mai di speciale quel ragazzo, vale veramente la pena di aspettarlo?
Il silenzio,il freddo, la penombra... si addormenta accucciata come una cagnetta in quel metro quadro di cabina.
La macchina è arrivata, si sfila il suo cappotto rosso, prende posto sul sediolino accanto a Luca e vanno verso il mare.
Lì potranno ascoltare il canto dei delfini e immaginare che siano le sirene che con i loro cori, osannano all’amore.
E’ bellissimo stare accanto a Luca in quel silenzio... in quella luce.
In questa notte tutto può accadere.
Il quotidiano sbatte il caso in primo piano.
Giovane donna non ancora identificata trovata morta in una cabina telefonica.
Ma Luca non lo ha mai saputo.
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giovedì, 01 febbraio 2007
ricordi, racconti brevi, memoria
Non volevo crescere, non volevo subito diventare grande. I grandi non guardavano Rusty e il suo cane Rin Tin Tin, i grandi non sapevano nulla di Alice e Saponetta e per loro dire tre Hurrà per la nonna sprint, la nonna che vale più di un bicchiere di gin non aveva senso. I grandi insomma non guardavano la tv dei ragazzi, i grandi non giocavano con i soldatini. Stavano sempre a pensare ai soldi che non bastavano e mio padre non poteva arrabbiarsi mai, il cuore non andava bene. Così in quegli anni ,ogni tanto sognavo di essere qualcuno, come possono sognare i bambini. I ragazzi di oggi non conoscono Nembo Kid, non sanno che quello che si cambiava nella cabina telefonica avesse questo nome e non Superman. La tv dei ragazzi era uno dei momenti più belli delle mie giornate, non era molto allegra nemmeno allora la mia vita. Oggi i ragazzi sono pieni di cartoni animati, li trasmettono dalla mattina alla sera su tutti i canali, li vedono nelle cassette e nei dvd dvx e dds (di dove sei?). Allora c’era solo un’ora il pomeriggio per la tv dei ragazzi , di cartoni animati se ne vedano pochissimi e mai della Disney quelli li trasmettevano solo al cinema. Ci si accontentava di Felix il gatto e qualche volta Picchiarello. Iniziavo a solcare i mari con Sandokan e mi innamoravo di della donna di Yanez principessa dell’Assam, chi sa dove diavolo era quell’Assam. Avevo un segreto però, un grande segreto ed tempo che lo riveli al mondo. Quando le giornate erano più tristi indossavo un mantello nero e una maschera e quel bambino di otto, nove anni impugnava la sua spada per difendere i deboli e gli oppressi ebbene si signori ero io, Diego della Vega …
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giovedì, 14 dicembre 2006
favole, racconti brevi, leggende, , trasparenze, pagine di vetro
C'era una volta una colomba Quando il pasticciere la guarnì non divise in fette la torta perché non voleva farne delle porzioni; preferiva che ognuno, a seconda di quello che necessitava, ne prendesse a volontà. Ma si sà c'è sempre chi crede che non basta mangiare fino a riempirsi la pancia ma che bisogna pensare che potrebbe aver fame di nuovo di li a poco Gli affamati non ebbero più di che nutrirsi quella torta era l'unico sostegno che avevano, così cominciarono a chiedere a chi aveva preso troppa, di dargliene almeno un pezzetto, ma quelli si rifiutarono. Tra gli affamati ce ne era uno di nome Ghandi La cosa più stupenda fu che ci riuscì, certo dovette impiegare molto tempo a chiedere con grazia il pezzo di torta che gli era stato donato dal pasticciere. Ad alcuni quella sua grazia lo infastidiva e qualcuno lo maltrattava per la sua gentilezza, perché diceva che lo faceva innervosire, ma egli era così convinto che con la gentilezza e l'amore poteva ottenere tutto, che sopportava qualsiasi cosa, e alla fine l'ottenne il suo pezzo di torta e lo donò ai suoi amici. Il gran cuore di quest'uomo però, non bastò però a convincere tutti gli altri a restituire i pezzi di torta sottratti. Altri uomini affamati decisero allora che l'unica cosa da fare, per poter avere diritto almeno alle briciole di quella torta sottratta, era quello di penderlo con la forza. Il pasticciere allora, prese della nuova farina, La consegnò nelle loro mani e disse:- ecco dividetevela da soli e mangiate, Appena il pasticciere andò via, alcuni di loro presero la torta e decisero di conservarla, così potevano mostrarla, a quelli che ne avevano precedentemente presa troppa, quando sarebbero rimasti senza nulla da mangiare... "allora si che anche essi avrebbero pianto per la fame" come era toccato a loro pensarono. La colomba si amareggiò per questo... Nessuno ci fece caso,nessuno notò le piume della colomba, perché erano troppo presi dai loro litigi. La colomba che si chiamava PACE, aveva bisogno che un bambino prendesse una delle sue piume e le portasse al pasticciere. Lui avrebbe capito che la lite si era spinta troppo oltre e avrebbe certamente fatto piovere focacce per tutti.
che volava su una torta .
La torta non era come voi immaginate fatta di pan di spagna crema e cioccolata, era una torta molto speciale ,fatta di strade, di case, di mari, fiumi e di laghi.
e così alcuni cercarono di prendere parte della torta bellissima e di metterla in frigo, lasciando altri a pancia vuota.
era convinto che chiedendo la fetta che gli spettava con garbo, chi l'aveva presa l'avrebbe lasciata, in modo che lui poteva condividerla con gli altri.
La colomba bianca che volava nel cielo e ascoltava tutti i pianti della gente affamata, era molto dispiaciuta. Volò dal pasticciere
si mise sul suo cappellone da cuoco e raccontò che la gente, per fame, stava per scatenare una guerra e che i profittatori, con le mani ancora sporche di panna e di crema, negavano di aver preso i pezzi di torta.
altre uova,
altro zucchero
e fece una gigantesca torta di cioccolato per la gente che era rimasta senza cibo.
questa basterà per farvi riprendere le forze eper poter cucinare da soli quello di cui avete bisogno.![]()
cominciò ad ammalarsi e a perdere le sue belle piume bianche che caddero, formando un bianco tappeto su tutto il mondo.
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sabato, 09 dicembre 2006
racconti brevi, ritratti, trasparenze, dedica ad un amico, pagine di vetro
50 anni di vita, sapeva bene di essere uno scrittore affermato, lo invitavano in tutti i circoli culturali. Era uno dei personaggi più in vista nel mondo letterario, tenuto in grande considerazione dai mass-media che spesso richiedevano le sue opinioni. Il suo fascino d’artista era amplificato dal fisico slanciato e dal suo sorriso cordiale, senza tenere conto della simpatia che con naturalezza riusciva a suscitare in chi incrociava, anche solo per un istante, il suo sguardo sereno. Era soddisfatto di se, talmente soddisfatto che si sentiva serenamente appagato dai suoi successi e dalla vita. 50 anni, era tempo di raccogliere quello che aveva seminato, e la raccolta era ormai fruttuosa. Un compleanno passato inosservato mette in crisi, e quella sera, si rese conto che aveva già superato il mezzo secolo di vita, era passato in fretta, quasi non se n’era accorto, i giorni si erano susseguiti vertiginosamente. Ora, era nel suo studio con un brandy ghiacciato da sorseggiare, con le sue caramelle alla liquerizia, a festeggiare l’inizio dell’età matura, da solo, seduto al suo computer. Decise, per festeggiarsi, di ricapitolare in un brano tutto quello che nel corso degli anni aveva voluto comunicare con i suoi scritti. Nessuno, meglio di lui, avrebbe potuto decifrare lo spirito che aleggiava tra le righe dei suoi componimenti, di questo n’era certo. Trascorse tutta la notte a sfogliare i files dei suoi scritti, alcuni non li ricordava nemmeno; erano bozze di brani, scritti in momenti particolari e mai più riletti, alcuni poi, erano pagine di diario, in cui parlava semplicemente di cose osservate nel corso di incontri e riunioni in casa di artisti a lui vicini, altri invece, erano commenti a testi di vecchie canzoni popolari e molto altro ancora. Una folla di considerazioni si avvicendavano, scriveva convulsamente tutto quello che gli si affacciava alla memoria, pensando che sicuramente, sarebbe stato in grado di ricomporre, con logica visione di insieme, tutti quei pezzi che come frammenti di specchi lo rifletevano mano a mano che riaffioravano . Alle prime luci dell’alba ancora sfogliava i suoi scritti, incredulo, sorrideva o faceva smorfie di disapprovazione, le sue mani nervose sfioravano la tastiera del computer come se suonasse un concerto per pianoforte. Apriva e chiudeva files, scriveva commenti ai suoi brani, ci ritornava, dopo aver letto alcuni altri scritti aperti , senza accorgersi nemmeno, che la stanza era diventata invivibile, per la densa coltre di fumo prodotta dalle tante sigarette accese. La bottiglia vuota del suo brandy preferito e il posacenere colmo di mozziconi di sigarette e di carta colorata delle caramelle alla liquerizia, stavano a testimoniare il lungo periodo passato a cercare di riassumere, in bella veste, la sua filosofia di vita. Alle sette in punto, come ogni giorno, Marta, la donna di servizio, aprì la porta dello studio, certa di trovarlo libero ma la luce accesa della lampada e quell’odore acre di fumo, la fecero desistere dall’entrare, non voleva disturbare lo scrittore, ma non si trattenne dal commentare la cosa, come spesso faceva parlandosi addosso, socchiudendo la porta, infatti, mormorò ad alta voce: « ma come si fa a passare una notte intera a scrivere scemenze che nessuno legge?». Aprì la finestra, respirò la fresca aria del mattino, poi, con le dita, scrisse sul vetro, ''50 anni: ho scritto della vita, ma non l’ho vissuta''. 
Lo scrittore, ascoltò quella considerazione mormorata con tono di incredulità, si fermò, alzò finalmente lo sguardo dalla tastiera e si accorse che il sole si affacciava curioso dai vetri della finestra che dava sul giardino.
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giovedì, 30 novembre 2006
racconti brevi, fantasia, trasparenze
Eccola,questa è la stanza dei pensieri rapiti, dei desideri nascosti, dei sospiri . Impiastricciata , luminosa, silenziosa . E' possibile vederli, i rumorosi- silnziosi pensieri, sono sparsi ovunque, arrampicati sui muri, sui vetri di quella finestra che non ha tendine ma, specchi schizzati di gocce colorate. fanno bella mostra drappeggi di lino pronti per la posa. Fiori di colori a olio cospargono una tavolozza di legno di faggio, dove in nessun angolo ormai si apprezza il colore originale; i pennelli , infilati in cocci di creta , mostrano chiaramente tutta la fatica che hanno fatto. in un angolo poco illuminato, un'arpa, che da tempo muta, aspetta (speranza vana), che guariscano le dita, per ritornare a vibrare come un tempo , quando con amore lei l'accarezzava, chiudendo gli occhi e immaginava parole scritte col suono, pagine di musica che sinuose gli penetrassero l'anima. accanto al trespolo della tela preparata con cura, calmamente invita a sostare colei che si appressa a recuperare forza e calma per potersi raccontare. quanti sospiri, su quelle pagine di pentagrammi sparse disordinatamente! quelle mani di sole che entrano dalla finestra, adagiandosi,come fari luminosi sui tubetti di colore, accarezzano, e solleticano gioiose, le tele lasciate ad asciugare. Procedono poi calme a mescolarsi in un solfeggio accorto con le ombre, inventandosi una danza nel pulviscolo che, scivola sulle pagine di musica antica, dove sono appuntati scarabocchi di parole. Un invito ruffiano a far brillare i pensieri fermati da tempo. Questi, silenziosi giacciono, decisi ad aspettare di essere coccolati ancora, nei pomeriggi afosi, quando l'estro si affievolisce e si ritorna allla ricerca delle ombre incerte delle pagine scritte in precedenza. Maliziosamente la luce si allunga, irrispettosa, sulle parti scoperte dell'arpa, che timitamende si concede, mostrando il suo tempo. in cui mi sarà possibile, un giorno, colorare con la musica le parole. 
Sulle sedie di paglia, nell'angolo opposto allo scrittoio,
Nascosta da un telo,
Lo scrittoio, posto di fronte alla finestra,
Quante lacrime ha raccolto,
Quel disordine-ordinato, quei colori caldi sparsi,
Questo, è l'unico posto
Raccolto nell'aria da ariadipoesia
alle ore
07:54
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